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Archive for ottobre 2010

Bracciale scultura di Peter Chang

L’altro giorno sfogliavo una sontuosissima rivista d’arte, Parnass. In tedesco, pubblicata a Vienna. Il numero maggio-agosto è dedicato al gioiello contemporaneo. Bellissime foto. Mi ha colpito un ritratto di un’elegante collezionista vestita di nero con indosso un braccialetto e orecchini – che dire coloratissimi è di dire poco – di Peter Chang.

Scultura da polso!

L’artista che vive a Glasgow (mamma inglese, papà cinese) lavora principalmente la plastica, anche riciclata. I suo bracciali, soprattutto, come vedete nelle foto sembrano sculture più che altro. Il contrasto – e a volte direi lo scontro dei colori – è ardente, prorompente come la festa del Capodanno cinese. A me ha fatto pensare all’artista giapponese Yayoi Kusama, famosa per i suoi polka dots (cioè i pois, cioè i pallini) e le sue enormi zucche.

Opera di Yayoi Kusama

Un’altra piccola nota. Peter Chang in questo periodo espone alcune sue creazioni in una super mostra collettiva The plastic show alla galleria Velvet Da Vinci di San Francisco. La mostra comprende una cosa come 250 gioielli di 75 artisti diversi per celebrare l’uscita, abbastanza recente, del libro 500 Plastic Jewelry Designs di Lark Books.

Bracciale creato da Peter Chang

 

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105 Art a Roma

Una vetrina con i gioielli di Luisa Bruni

Quartiere Trastevere. In via S.Francesco a Ripa 60 (comodissimo perché ci arriva il tram numero 8) la galleria 105 Art ha inaugurato la nuova sede.  Prima era nella stessa strada ma al numero 105a. Ora ha cambiato il civico, ma il nome resta… È della serie quadri e gioielli. Alle pareti le tele di Daniele Colaiacomo (proprietario della galleria insieme a Francesca Gabrielli) e nelle vetrine gioielli di Luisa Bruni, Marcella Cistola, Elisabetta Duprè, Francesca Gabrielli, Angelo Lomuscio e Gigi Mariani. Ho fatto un po’ di foto della serata (il 9 ottobre) e dei gioielli.

I gioielli di Angelo Lomuscio

Elisabetta Duprè

Il nuovo anello di Gigi Mariani

Una piccola segnalazione. Luisa Bruni e Gigi Mariani fanno parte del collettivo artistico Artifizio di cui avevo già parlato in merito a un progetto video “morte di gioiello” che mi era piaciuto. Sempre come collettivo partecipano (insieme tanti altri creatori) con un anello dal nome Voltafaccia all’asta di beneficenza F-Utili Gioielli per Emergency il 16 e 17 ottobre a Firenze.

 

L'anello di Artifizio per Emergency

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Annamaria Zanella, spilla Frammento, 1997

È qualche anno che seguo le vicende del Museo degli Argenti di Firenze e della sua collezione permanente di gioiello contemporaneo. Anzi ho inaugurato proprio questo blog con un pezzetto sul catalogo (Gioiello contemporaneo due) dedicato all’ampliamento della collezione inaugurato a giugno 2010. Il progetto della creazione di una sezione “contemporanea” è partito completamente da zero tre anni fa ed è stato condotto dal direttore del museo, Ornella Casazza.

Paolo Marcolongo, spilla Al caro Mies, 2003

Comincio col dirvi che cosa è finalmente oggi. Il Museo degli Argenti è dentro Palazzo Pitti (entrando nel cortile, girare a sinistra!). Al piano terra normalmente ci sono le mostre temporanee e altre opere antiche tipo lavori in avorio strabilianti. Si salgono le scale e al mezzanino quelle che ci interessano sono le ultime due sale. La seconda è stata allestita da poco e la collezione riorganizzata. Anche perché per alcuni artisti è cresciuto il numero dei pezzi esposti (come per Giampaolo Babetto). Belle vetrine chiare, foderate di seta rosa, ben illuminate (salvo qualche sbalzo di tensione ogni tanto…). Per l’appassionato che volesse soffermarsi a lungo c’è tutta la calma del mondo e persino una panca comoda per fare una pausetta durante la visita. Un centinaio di nomi. La grandissima maggioranza italiani. Molti gravitano su Firenze e la Toscana, ma ci sono anche quasi tutti i “padovani”, alcuni celebri come scultori (Igor Mitoraj e Bruno Martinazzi), alcuni straordinari maestri come il marchigiano Claudio Mariani. Ma non sto qui a farvi tutto l’elenco. Vi consiglio la lettura dei due cataloghi (editi da Sillabe) che sono ricchissimi di dettagli e di informazioni a volte direi persino appassionanti e un po’ mitologico–avventurosi sulla storia delle opere in esposizione. Indispensabile comunque vederle con i propri occhi: altro effetto dal vero rispetto alle foto del libro.

Fabrizio Tridenti, anello Biglia, 2007

Insomma il Museo gli Argenti ha avuto su di me l’“effetto “miracolo”. Lo dico, visto la situazione dei musei in Italia e soprattutto delle collezioni di arte contemporanea. Budget per le acquisizioni, “chi era costui?”. Ed eccoci infatti: le opere sono state donate direttamente dagli artisti selezionati dal museo. Pochissime sono le acquisizioni che si contano sulle dita di una mano e sono state possibili grazie al mecenate di turno, la Cassa di Risparmio di Firenze.

Nino Franchina, collana a collare, 1972

Urge per me andare a incontrare Ornella Casazza storica dell’arte e come vi ho detto direttore del museo fino al 31 agosto di quest’anno (ora è guidato da Maria Sframeli). Donna che, secondo me, con una volontà che le invidio e una passione – che condivido­ – per il gioiello contemporaneo è andata dritta all’obiettivo. “Ridare fiducia agli artisti, agli artigiani che si sono in questo modo sentiti riconoscere ufficialmente la loro arte”. È stato un po’ questo il senso del suo lavoro di questi ultimi anni. “Sì, io penso che il museo abbia dato un impulso, che abbia risvegliato questo settore”. La sua riflessione è che al livello museale e non solo, “l’Ottocento non era ancora finito per il gioiello”… Ci voleva una ventata di nuovo che venisse anche da una istituzione del genere e da una città legata alla tradizione. “Tutto è cominciato da Firenze, certo: abbiamo prima guardato il territorio circostante che comunque ha fama in tutto il mondo di essere luogo d’arte. E poi piano piano siamo andati a vedere che cosa c’era più lontano”.

Claudio Mariani, Spilla Ricerca luminosa n.5, 1973

Insieme sfogliamo i due cataloghi che mi sono portata. A ogni pagina un cenno con il capo, un fiume di ricordi che si percepisce appena da un sorriso abbozzato. Ogni oggetto ha la sua storia personale. La fatica, la volontà per averlo. Alcuni pezzi in collezione nascono da incontri, da coincidenze come i gioielli Bulgari. Faccio domande su alcune scelte per me un po’ insolite come le creazioni di perline Aprosio oppure quelle firmate Giuggiù di Angela Caputi che Ornella Casazza illustra come “realtà locali interessanti e momenti di artigianato qualificato di tradizione che hanno il sapore di pezzo unico”.

Museo degli Argenti, Firenze

Yoko Takirai, anello Tig, 2004

Le chiedo come nasce l’idea, in un museo che custodisce il tesoro Mediceo, di passare da tutto questo antico a tutto questo contemporaneo. “È assolutamente naturale, è un portare avanti il processo storico in un flusso che non doveva interrompersi. Inoltre il fatto di avere nelle nostre sale il tesoro dei vari membri di casa Medici è una spinta in più. Loro erano davvero capaci di intendere la contemporaneità. L’uomo moderno forse non ha più le chiavi per comprendere l’oggi”.

Stefano Marchetti, spilla, 2007

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Il bracciale armatura di Yoko Shimizu

Titolo suggestivo, che nonostante le apparenze utopico-geografiche non si discosta molto dalla realtà. Perché il braccialetto che mi piace di più di Yoko Shimizu – creatrice giapponese a Firenze da dieci anni – è proprio l’espressione del suo personalissimo modo di vedere l’Arno di notte e di raccontarlo: una specie di armatura da polso in argento ossidato e niello che rende la superficie irregolare, cupa, e tratti d’oro, come colpi di luce.

Ancora un "tratto" d'oro

Quando la vado a incontrare – perdonatemi tutta la banalità della domanda – le chiedo in che cosa “è giapponese” il suo modo di creare gioielli. Risponde che non è la prima volta che le chiedono questo (constato, nella mia testa, che le domande sceme hanno tanti fratelli gemelli). Mi confessa che all’inizio era un po’ perplessa di fronte a una domanda così, ma poi, effettivamente ci ha pensato… è la linea, quel tratto grafico d’oro, quel momento di respiro, di decisione improvvisa e al tempo stesso di riflessione “qualcosa che ha a che fare con la calligrafia giapponese”. Ok, scema era la mia domanda, ma la risposta invece mi piace. A pensarci bene è proprio quella linea d’oro che mi ha colpito quando vidi qualche anno fa i suoi gioielli in fotografia. Quella linea che esaltava la geometria e la corrompeva con la sua imprevedibilità.

Collier semirigido

Yoko tira fuori altri gioielli questa volta in un contrasto netto con il tavolo di marmo del suo laboratorio che condivide con altre creatrici legate alla scuola Alchimia come Marzia Rossi. Dicevo che dalla sua scatola esce il colore: collane di resina di una bella tinta piena. La superficie è ruvida. Le guardo meglio in controluce. E la superficie ha le venature del legno. In un contrasto tra l’artificio e la naturalezza.

Resina di Yoko Shimizu

Ho fotografato i gioielli di Yoko tutti insieme su questo tavolo. All’inizio erano solo “foto memo” per me, per ricordarmi quando scrivo che cosa ho visto esattamente. Ma poi guardando la foto appena scattata mi è piaciuta la composizione geometrica vivace e regolare nella quale le creazioni guadagnano una dimensione  in più, collettiva e astratta.

Foto di gruppo sul tavolo di marmo

Piccola annotazione di stretta attualità Yoko e tante altre colleghe festeggiano la giornata del contemporaneo il 9 ottobre cioè domani con una esposizione collettiva che hanno intitolato Rogo delle vanità – L’abito non fa il monaco in via dell’Orto 28r. Naturalmente a Firenze. Ecco la lista:

Suzanne Beautyman

Daniela Boieri

Monica Buongiovanni

Catalina Brenes

Margherita de Martino Norante

Elisa Deval

Eugenia Ingegno

Maru Lopez

Doris Maninger

Weronika Marek

Lucia Massei

Geri Nishi

Marzia Rossi

Elena Spanò

 

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Il "primo incontro" a Parigi

La prima volta che ho preso in mano una creazione di Claude Chavent ero nella galleria di Hélène Porée a Parigi.  Me lo ricordo benissimo era un pendentif rotondo, leggermente bombato con un foro centrale. Dava l’idea di una simpatica e ingannevole pienezza. Ne ricordo poi un altro, oro e nero, con un motivo un po’ optical e deformato in larghezza. Anche in questo c’era l’illusione birichina di chissà quale profondità prospettica ma al tatto la scoperta di una assoluta piattezza. Ero entrata nel regno di una geometria bidimensionale, del segno di matita tracciato sul foglio che diventava ornamento in tutta la sua serietà matematica. Claude Chavent, lionese, classe 1947, è un nome nel gioiello contemporaneo francese e quindi rappresentato al Musée des Arts Décoratifs con un fantastico collier d’argento e oro.

Al Musée des Arts Décoratifs di Parigi

Siamo qualche anno dopo nella casa-atelier dell’artista. Un minuscolo paese nel sud della Francia non lontano da Montpellier. Muri antichi, tante scale, un giardino interno, un piccolo orto appena nato. Il sole e tanto vento. Ora sono davvero fisicamente in questo dominio del “solido in versione piatta”.

La spilla Cage che il chiamo Croce

Sono qui per scoprire e toccare i gioielli come disegni “ritagliati” che prendono volume quando incontrano la luce, ma restano sempre fedeli nei colori al nero, al giallo e al grigio.

La scultura...

...e l'orecchino Cubo

Entrando vedo appesa alla parete un’enorme spilla… ma no certo, una scultura per meglio dire, un cubo o quasi, appiattito sul muro. Poi mi giro e in un angolo del salotto ondeggia l’incanto di un tappeto volante. Di ferro. La forma che la scultura porta nell’aria è una di quelle care all’artista, anche se questa volta la terza dimensione irrompe come inevitabile. Sculture, gioielli, Chavent si diverte a giocare anche con le grandi dimensioni. E la cosa interessante è che a volte, prese fuori dal loro contesto come in una fotografia, le spille possono apparire sculture e viceversa.

Ferro e oro. Tagliato a mano

E poi ecco i gioielli: le spille a croce e a doppio cerchio, gli anelli che appaiono tagliati nella materia, di sghembo, altre broches come virgole o parentesi quadre, pennellate di precisione. I pezzi sono unici o realizzati in piccole serie che arrivano al massimo fino a 7.

La spilla "muro"

Per ultimo vi parlo del mio gioiello preferito, del 2003, che riassume – a mio parere – un po’ tutto il mondo di Claude Chavent. È una grande spilla con una tripla “anima”, se si guarda assemblata è un muro nero un po’ in sbieco illuminato da profili d’oro. Se si separa, il muro si scheggia ed emergono tre elementi autonomi dove, in alcuni casi, il giallo dell’oro prende il sopravvento.

La spilla "muro" scopre le tre anime

E adesso qui sotto trovate la traduzione in francese!!!

Claude Chavent : les abysses de la perspective

J’ai tenu pour la première fois en main une création de Claude Chavent  à la galerie d’Hélène Porée à Paris. Je m’en souviens très bien, il s’agissait d’un pendentif rond, légèrement bombé avec un trou central. Il donnait l’idée d’une sympathique et trompeuse plénitude. Je m’en souviens un autre, or et noir, avec un motif un peu optical et déformé dans la largeur. Celui-là aussi donnait l’illusion espiègle d’une profondeur perspective, mais au toucher, la découverte d’une platitude absolue. J’étais entrée dans le royaume d’une géométrie à deux dimensions, du coup de crayon sur la feuille qui devenait objet ornemental dans tout son sérieux mathématique. Claude Chavent, lyonnais, classe 1947, est un nom dans le bijou contemporain français. Il est représenté au Musée des Arts Décoratifs par un fantastique collier argent et or.

Pendentif Balle

Quelques années plus tard, dans la maison atelier de l’artiste. Un minuscule village du sud de la France près de Montpellier. Murs anciens, nombreux escaliers,  jardin interne, petit potager à peine sorti de terre. Le soleil et beaucoup de vent. Je me trouve maintenant en personne dans ce domaine du solide en version plane. Je suis ici pour aller à la découverte et toucher les bijoux, comme des dessins « découpés » qui prennent du volume quand ils rencontrent la lumière, mais toujours fidèles au noir, au jaune et au gris.

Broche Copeau

En entrant, accroché au mur, une énorme broche… Non, plutôt une sculpture, un cube ou presque, aplati au mur. Je me retourne et dans un angle du salon lévite l’enchantement d’un tapis volant. De fer. La forme flottant dans l’air est chère au cœur de l’artiste, même si cette fois la troisième dimension surgit, inévitable. Sculptures, bijoux, Chavent prend aussi du plaisir à jouer avec les grandes dimensions. Je note que parfois, prises hors de leur contexte, comme dans une photographie, les broches peuvent sembler sculptures et vice-versa.

2000, Fenêtre à l'Arbre

Et voici les bijoux : les broches à croix et double cercle, les bagues qui semblent taillées de biais dans la matière, les broches comme des virgules ou des crochets, coups de pinceau précis. Les pièces sont uniques ou réalisées en séries limitées à sept exemplaires au maximum.

Claude Chavent

Bague Pavé

Pour conclure, je vous parle de mon bijou préféré, de 2003, qui résume à mon sens tout le monde de Chavent. Il s’agit d’une grande broche faite de trois « âmes », si on les regarde assemblées, elles forment un mur noir, un peu oblique, illuminé par des profils d’or. Si on les sépare, le mur se fracture et trois éléments autonomes émergent et dans certains cas, le jaune de l’or prend le dessus.

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