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Archive for gennaio 2011

È lei, Alice

“Make a remark,” said the Red Queen: “it’s ridiculous to leave all the conversation to the pudding!”.

All'ora del tè

Alice nel Paese delle Meraviglie, è uno di quei libri, che un po’ tutti conoscono, ma che pochissimi hanno veramente letto. Le cause di questo assenteismo nel lettorato: molteplici. Io personalmente ne ho ricevuta in regalo un’edizione del Club degli Editori nel 1971. All’epoca mi ricordo di aver guardato tante volte le figure (dell’illustratore inglese Arthur Rackham), ma di averne letto sì e no qualche riga. Lo scoraggiamento di fronte a un’accozzaglia di filastrocche senza senso finto-bambinesche era per me, bambina davvero, insormontabile. Poi – moltissimi anni dopo, ma sempre avendo conservato quell’edizione – mi sono immersa nel suo seguito Through the looking-glass and what Alice found. I personaggi demenziali, le scaramucce linguistiche, la bimbetta bionda, non proprio il massimo della simpatia e poi i dolcetti, i piattini, le zuppiere e i budini educati e parlanti (vedi la citazione all’inizio) mi hanno conquistata.

Il sogno di Alidra Alić

Insomma Alice, il libro, il linguaggio, l’improbabile storia onirica, il gioco delle carte e degli scacchi, i disegni d’epoca che accompagnano il racconto e soprattutto tutto l’immaginario sdolcinatamente vittoriano (ma provvidamente visto al rovescio) ritornano nella vita di molti di noi, come per caso. E proprio il caso ha voluto che mi imbattessi di recente, a pochi giorni di distanza, nel lavoro di due artiste, una danese e una olandese, e nella loro interpretazione del mondo di Alice. Si chiamano Alidra Alić e Margo Slingerland e sono accomunate da un senso scenografico notevole.

L'anello orchidea

La prima, Alidra Alić, che compare insieme a molti altri artisti in una bella pubblicazione (Dreaming Jewelry, edizione Monsa, 2010 in inglese e spagnolo) ha dichiaratamente chiamato la sua collezione del 2008 Alice’s adventures in Wonderland. Sono gioielli principalmente di plastica o plastica e argento dall’effetto a metà strada tra il pasticcino in glassa di zucchero rosa pallido e la cera sciolta. Carnosi, principeschi, bellissimi da guardare. Di una sontuosità provocatoria, adatti al palcoscenico. Mi colpiscono i contorni incerti e fluttuanti, come certi sogni.

Il servizio antifunzionale di Margo Slingerland

Margo Slingerland (ora in mostra alla galleria Flow di Londra), non crea gioielli, ma si diverte con l’idea del tea party. I suoi sono servizi di tazzine, piattini, zuccheriere, perfetti in un mondo irreale di un sogno al rovescio perché sono assolutamente “inutili” per voluta omissione di funzionalità, realizzati in carta pesta e candidi come il latte. Evitare di versarci l’acqua bollente. Le forme sono enfatizzate e sproporzionate: lunghi lunghi i beccucci delle teiere, giganti i manici delle tazze. Da usare come? Per apparecchiare il nostro salottino intimo e infantile e dare il tè alle bambole.

 

 

 

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Terhi Tolvanen: escrescenze preziose

La galleria Flow di Londra (1-5 Needham Road) dedica agli artisti olandesi, fino al 5 marzo, una simpatica mostra dal gioiello alla ceramica. Il titolo è inequivocabile Going Dutch. Mi ha divertito leggendo il comunicato di presentazione la frase:how makers and designers use materials in an exciting and subversive way”. La parola che mi piace di più, non c’è dubbio, è sovversivo. Tanto più che tutta questa sovversione è utilizzata per creare gioielli e oggetti giocosi e originali.

 

Questa di chiama Couronne nacré

Per il gioiello sono state scelte due artiste che impiegano nelle loro creazioni anche una buona dose di poesia e di dolcezza. La prima è Beppe Kessler, sulla quale ho già scritto qualcosa che trovate cliccando sul suo nome a destra nella sezione PROFILI. È stata scelta dalla curatrice della mostra Marjan Unger, per le sue “little sculptures to wear”.  L’altra è Terhi Tolvanen, finlandese, ma da tantissimi anni ad Amsterdam. I suoi pezzi che più mi colpiscono sono le collane un po’ aggressive, un po’ armatura, di legno nodoso sul quale sbocciano elementi come escrescenze in pietre o materiali diversi.

 

Beppe Kessler: legno a pois

Una piccola riflessione a corollario del tema “sovversivo”, in questo caso da applicare all’uso del legno da parte delle due artiste. In Beppe Kessler è tutto fuorché “albero”: è lisciato, scavato, dipinto a pois, deformato, trasfigurato. Per Terhi Tolvanen è enfatizzato nella sua stessa forma di nodosa radice, esprime, secondo me, ciò che nel nostro immaginario è l’archetipo di un albero magico.

 

Terhi Tolvanen e il legno magico

Dimenticavo la lista degli artisti in mostra:

Aldo Bakker

Marian Bijlenga

Beppe Kessler

Margo Slingerland

Terhi Tolvanen

Debbie Wijskamp

Jochem de Wit

 

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Arrivavo a Modena direttamente da Torino. Era fine ottobre. Torino fremeva alla vigilia delle celebrazioni dell’Unità e già metteva in mostra a Palazzo Reale un po’ di storia italiana con Vittorio Emanuele II protagonista. Dico questo perché alla mostra scopro, o anzi riscopro, che uno dei “pezzi” del puzzle che andarono a formare l’Italia fu proprio il Ducato di Modena (che in verità comprendeva un territorio molto più ampio). Quello di cui non mi ero resa conto è che il Ducato di Modena avesse resistito come tale fino a tempi così relativamente recenti.

Il Ducato di Modena

Sorpresa di questa casualità storico-patriottica che mi portava a visitare le due città una dopo l’altra mi accingevo a scoprire Modena. Grandiosità condensata in poco spazio. Palazzi imponenti, pochi fronzoli. Portici e biciclette. Vitalità senza caos. Mi sentivo bene.

Lo scopo del viaggio: la Galleria Mies (l’indirizzo e altro nella colonna a fianco GALLERIE). All’epoca aveva da poco inaugurato una mostra su Alberto Zorzi e concluso quella su Stefano Alinari. Ancora prima avevano ospitato Jacqueline Ryan e la brillantezza dei suoi smalti, Stefania Lucchetta e gli anelli astronave di titanio. L’indirizzo è centralissimo in una piazzetta appartata. Questo per quanto riguarda le mostre perché poi i molti artisti rappresentati si trovano con le loro opere in vendita in uno spazio con vetrina su una strada più frequentata. Sono rimasta “nelle gallerie” Mies tutta la mattina…

Una vetrina della Galleria Mies

Parlando con Roberta e Marco – i proprietari – di progetti, programmi, passioni, storia, mi è sembrato di essere avviluppata da una specie di nebbia azzurrina: fare un viaggio indietro nel tempo nel fermento e nella progettualità (dei primissimi Settanta?) di impegno e di cultura italiana geniale e anche un po’ scomoda e ruvida come un mal di gola.

Sensazioni. Ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a una squadra con un progetto, non solo di lavoro, ma di vita. Una volontà di fare cultura. Usando il “fare” nel senso più concreto e artigianale, mettendoci le mani, impastando e tirando fuori qualcosa di molto personale. Non solo per essere intermediari tra l’opera e il pubblico, ma per essere loro stessi percorsi coerenti che partono dal gioiello o dalla scultura, ma che si riversano nell’editoria, nella consulenza stilistica, nella produzione video, nella fotografia andando di volta in volta a toccare le sfaccettature più significative di un artista o di un’opera.

La mostra di Alberto Zorzi

Solo due esempi, che forse rendono solo marginalmente quello che ho detto fino a ora. Hanno portato in galleria come dicevo le opere di Stefano Alinari (che lavora nella sua bottega d’alchimista a Firenze con i colori delle pietre come fossero pozioni magiche) e lo hanno fatto diventare protagonista di un cortometraggio alla scoperta di se stesso nei controluce della sua città. Da proiettare in loop nella ultima saletta della galleria.

Mi mostrano una bella pubblicazione realizzata per la mostra Fibulae/Spille dell’anno scorso dedicata alle spille di grandi come Mariani, Reister, Ryan. Contributi scritti di altissimo livello. Bella copertina metallica. È un catalogo-libro–oggetto artigianale e numerato. Fotografie in bianco e nero. Scelta sofisticata il bianco e nero. Difficile e un po’ impertinente quando si tratta di gioielli.

In mostra ora alla Mies di Modena

Oggi da loro si inaugura la mostra di Benito Aguzzoli Angolature esterne. Si parla di arte fotografica in questo caso, geometrie, particolari, punti di vista. Mi piace l’invito perché non ho capito cosa sia l’immagine. Una foto di un quadro? Una installazione fotografata? L’immagine di una spilla? Un mistero da scoprire fino al 20 febbraio.

 

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