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Archive for giugno 2011

Graziano Barzetti

Tante cose succedono a Senigallia: una “festa di anelli” e un’asta di beneficenza di gioiello contemporaneo. Prego, prendere appunti. Il tutto comincia oggi alla Rotonda a Mare. La mostra Ring party sarà qui fino al 3 luglio e poi proseguirà a Palazzetto Baviera dal 6 al 10 luglio. Per quanto riguarda i gioielli per l’asta Ti Do (Ti Dono): sono esposti da oggi fino al 1 luglio alla Rotonda dalle 18.00 all’1.00. Si può naturalmente fare un’offerta per uno o più lotti e ci sarà un aggiornamento in tempo reale sullo stato di avanzamento delle offerte. I giochi si chiudono il 1 luglio all’una di notte. Chi avrà fatto le offerte più alte si aggiudicherà il lotto, ma dovrà aspettare fino al giorno dopo per portarselo a casa.

Alessandro Petrolati

Infatti il 2 luglio ci si sposta in Piazza Roma dove, alle 17.00, le opere acquistate saranno consegnate ai loro nuovi proprietari dai due conduttori di Caterpillar, trasmissione di Radio2 (Senigallia è stata scelta quest’anno per il Caterreduno: quindi musica, concerti e gran movimento per tutta la settimana).

Stefano Rossi

L’unica opera che viene direttamente battuta all’asta (base di partenza 5.000 euro) quel giorno è la Collana Modulare (creata da 24 artisti), di cui vi ho parlato varie volte e che termina il suo ciclo di viaggi ed esposizioni per l’Italia giustamente proprio a Senigallia perché è qui che è stata esposta la prima volta e dove io l’ho vista lo scorso luglio durante la mostra annuale di Gioiello contemporaneo AGCpunto10.

La Collana Modulare fotografata a luglio scorso a Senigallia

Importante da dire, l’asta è a favore dell’Associazione Libera (fondata da don Luigi Ciotti) che ogni anno raccoglie fondi da destinare a cooperative che operano su terreni confiscati alle mafie.

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Mai c’è stata quest’ora, o questa luce, o questo mio essere. Ciò che sarà domani sarà un’altra cosa e ciò che vedrò sarà visto da occhi ricomposti, pieni di una nuova visione. Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

Yin e Yang, giorno e notte, dentro e fuori

Di Barbara Paganin non ne ho conosciuta una, ma cinque. Cinque, mi piace come numero, non è esagerato, ma consistente ed è la metà di dieci, è una mano tutta intera, è una famiglia numerosa (almeno in Italia). Cinque, per la forza e la capacità creativa moltiplicata e condensata in una sola persona. Sdoppiata e ricomposta ogni volta e per cinque volte.

Fiore di luce

Il mio percorso nella conoscenza dei lavori di quest’artista (veneziana, 50 anni) è sicuramente frastagliato, irregolare. Negli anni mi capitava di vedere pubblicata una sua opera  (per esempio Fiore di luce) poi qualche tempo dopo, su un libro o su internet, trovare l’immagine di un altro suo gioiello (poteva essere per esempio la papaya rossa o la fettina di cetriolo) che mi attirava e mi inquietava. Erano opere il cui legame reciproco era sotterraneo: sempre fortemente presente, ma poco percepibile con gli occhi, molto di più per istinto.

La collana esposta a Collect 2011

E così, dopo aver conosciuto dal vivo un indimenticabile broccolo verde (a Schmuck quest’anno) e poi a Collect il collier arancio di cavolfiore romano (come, chi di Roma non è, chiama appunto il nostro broccolo romanesco) finalmente sono andata a incontrare  da vicino le opere.

Archeologie domestiche

Mi rendo conto ora mentre scrivo che mi è impossibile raccontare “in generale” di questi lavori. Semplicemente perché nell’artista il concetto di “generale” non esiste. Le sue opere sono quasi come i personaggi inventati di un romanziere, che non si conoscono tra loro.

Prospettive: da sopra...

È così che appaiono mentre li osservo e li rigiro: guardinghi e inquieti “esseri”, temporaneamente in transito nello stesso cassetto. Offesi forse un po’ di essere esaminati, tanto che ogni volta mi mostrano un’altra faccia.

... di lato

Per esempio le spille, che io chiamo archeologiche perché provenienti da pezzi di ceramica antica ritrovati dall’artista stessa e poi trasformati, sono tronconi di passato interrotto che si riavviamo a nuova vita ogni volta che li si guarda dall’alto o di lato.

Sì, è un anello

O come l’anello qui sopra: una scultura contorta e dolorosa che solo se lo si osserva a lungo e con attenzione si capisce che “è” un mucchio di piccole scarpe di bambola…

Lo studio della porcellana, la sicurezza dei buchini

C’è da dire che in una cosa Barbara Paganin è “riconoscibile”, nel senso più visibile del termine.  Non lascia mai soli i suoi “oggetti”: li fa sempre accompagnare da un’ombra benevola lanciata in avanti. Quando lei stessa si immerge a capofitto nel fare – e prima nell’imparare, tecniche come il vetro o la porcellana – rassicura il suo nuovo oggetto creato bucherellandogli attorno il suo nido di protezione.

Un'ombra lunga o uno scudo?

Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri non è sentire, è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, è essere oggi il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita perduta. (idem)

Ritratti ottocenteschi

Nel suo repertorio c’è anche una galleria di ritratti di antenati: sono tre cime di cavofiore di vetro in più sfumature di colore. A raccontarli così sembrano ironici, ma avendoli visti da vicino e toccati vi dico che sono trattati con la stessa serietà e dignità di ipotetici personaggi reali sobri ed ottocenteschi. Guardando bene, non vi sembra di “intravedere” un colletto inamidato o una languida acconciatura di treccine?

Sfumature di vetro...

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Il MAXXI a Roma

Questa mattina, in una sala del museo MAXXI di Roma – e la scelta del luogo non è casuale – c’è stata la prima “conferenza di sistema” dal titolo Intorno al gioiello. Il sottotitolo ancora più impegnativo ovvero Esperienze del contemporaneo nella strategia dell’ornamento. Una sfilza di relatori dallo psichiatra Massimo Biondi ad Alba Cappellieri della Facoltà di Design del Politecnico di Milano allo scultore Nicola Carrino alla storica del gioiello Bianca Cappello alla curatrice per Bulgari Amanda Triossi a Loredana Di Lucchio dell’Università di Roma.

Molla dell’evento l’Associazione Romana Regionale Orafi ARRO e particolare promotore di questo momento di riflessione Claudio Franchi che ne è vicepresidente.

Infatti questo appuntamento di oggi va letto come fase di un processo. Nel passato c’è stato il momento della presa coscienza: il settore dell’oreficeria è in crisi, come facciamo a rilanciarlo e a rilanciarci? È seguito il momento di analisi esistenziale (chi siamo noi? Come ci vedono i clienti?). E oggi il primo momento della ridefinizione dei concetti che dovrebbe portare poco a poco alla risposta: dove stiamo andando? e soprattutto: come facciamo a non perdere il treno?

Il nostro cervello "riconosce" il gioiello

Una chiave di lettura o meglio un possibile canotto di salvataggio per il settore sembra essere concetto di “contemporaneità” e in particolare quella serie di satelliti che gli ruotano attorno. Quasi che il solo fatto di riflettere sulla contemporaneità costringa a riportare il discorso attorno all’uomo piuttosto che all’oggetto. Producendo innegabilmente effetti benefici.

Molti gli interventi di oggi, le impressioni, le suggestioni, le opinioni a volte diametralmente opposte ma in fin dei conti mi sembra che su questo punto ci si ritrovi tutti. Il gioiello che sia contemporaneo, d’autore o d’artista, ornamento creativo o gioiello tradizionale (perché anche di quello naturalmente si è parlato) risplende in tutto il suo valore se lo si guarda come risultato di un progetto ove convivono la centralità della mente – l’idea – e la centralità della mano  – la perizia tecnica, il lavoro. Un valore, quello umano. Forse da qui tutto può ripartire. Per fare in modo che il curioso dopo aver guardato la vetrina spinga la porta ed entri per farsi raccontare una storia, la storia del “suo” gioiello.

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Che cosa nascondi?

Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì
Augusto Monterroso

Ralph Bakker, 2001

Mi sono sempre chiesta di che colore fossero i dinosauri. Una risposta certa – sostiene chi di scienza si intende – non c’è. E allora, evviva, lasciateci sognare. Attenzione comunque a non sognare troppo perchè come ci suggerisce lo scrittore Monterroso autore di questo mini-romanzo di universi sottintesi, il risveglio potrebbe essere a dir poco inquietante. Ok, limitiamoci a essere banali. Pensiamo al verde. Sì, me li immagino verdi i dinosauri. Di un bel verde brillante magari anche un po’ fosforescenti.

Ralph Bakker, 2010

Per me uno dei verdi più belli, di quelli che vorresti continuare a fissare per saziarti la retina, è quello (quelli, meglio al plurale) di Ralph Bakker. Artista olandese, sopra i 50, meno “tormentatore” della materia, come molti dei suoi compatrioti, affezionato ai metalli, agli smalti, e pure – ma non fatevi troppo sentire – alle pietre, meglio se nascoste.

Ralph Bakker, 1997

Io ho visto una sua mostra in aprile ad Amsterdam alla Galerie Louise Smit (che ha poi portato le opere a Collect). Sono rimasta catturata dalla spilla, che è nella foto in apertura, che nasconde con i suoi elementi foglia di smalto un’agata rosso-arancio all’interno. L’ipnotico verde mi ha spinta anche a cercarne altri esempi nel suo libro uscito da poco, e che ho trovato in galleria, Archief.

Ancora nel 2010

Gli piace usarlo anche attraverso il tempo: contrastato con il bianco lattiginoso. 1997, 2001, 2004, 2010… Il verde ritorna. Anzi, quando riapro gli occhi, mi accorgo che non è mai andato via.

Ralph Bakker, 2004

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