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Manfred Bischoff alla Galleria Maurer Zilioli in trasferta a Monaco

Manfred Bischoff alla Galleria Maurer Zilioli in trasferta a Monaco

Non mi capita molto spesso poter osservare da vicino, senza il riflesso della vetrina i lavori di Manfred Bischoff (classe 1947, vive tra l’Italia e la Germania) esposti, insieme ad alcuni gioielli e sculture di Bruno Martinazzi, in questi giorni dalla galleria Maurer Zilioli di Brescia in trasferta a Monaco.

Manfred Bischoff

Manfred Bischoff

Sono un cult le sue spille-oca, omini, Madonna incinta, tutte in oro a 22 carati che sembra trattato dall’artista come plastilina per modellare forme infantili appena abbozzate, che vogliono andare dritte al significato più profondo. Sempre accompagnate da un disegno, una scritta volutamente goffa, illeggibile, che più che spiegare si diverte a generare confusione. Tanto meglio così.

Bruno Martinazzi

Bruno Martinazzi

It does not often happen that I am able to observe close-up, without the reflection of the showcase, the work of Manfred Bischoff, (born in 1947 and lives between Italy and Germany). His work is exhibited with the jewelry and sculptures of Bruno Martinazzi, housed recently in the Maurer Zilioli Gallery in Brescia but currently being transferred to Munich.

Manfred Bischoff

Manfred Bischoff

His brooches shaped like geese, small men, and a pregnant Madonna, are a cult. They are made in 22 carat gold which the artist treats as if it were modeling clay being used to shape rough child-like forms that go directly to the heart of things. The pieces are always accompanied by a drawing and some awkwardly scribbled words that tend to confuse rather than explain. So much the better.

Le sculture di Bruno Martinazzi

Le sculture di Bruno Martinazzi

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Il loro nome è Moths

Quattro mosche di velluto grigio – che poi sarebbe il titolo di un film di Dario Argento del 1971 – è l’immagine/frase che mi viene in mente vedendo i lavori di Märta Mattsson in mostra alla galleria Platina di Stoccolma dal 16 febbraio al 24 marzo. Va bene proprio di mosche non si tratta, ma ci sono falene, farfalle, scarafaggi, veri e non, la cui condizione viene rivelata da un inequivocabile titolo Forever Dead. Sì non c’è dubbio (e il film di Dario Argento qui calza a pennello). A molti potrebbero fare impressione, lei li ama. E sa renderli poetici.

Spilla della linea Fossils

Lo è particolarmente – poetico – il collier qui sotto della serie pizzo bruciacchiato (in realtà è pelle) che nasconde una miriade di variopinte farfalle.

Si chiama The nest

Così come la doppia spilla scarafaggio qui sotto che, forse vi ricordate, è stata scelta come immagine del catalogo dello Schmuck di Monaco dell’anno scorso.

La spilla Beetle juice

Märta Mattsson non è nuova a questo blog: avevo già parlato di un suo lavoro (un topolino grigio) sullo stereotipo della donna svedese, sempre presentato a Monaco in una collettiva.

Chi cammina sul mio golfino?

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La mostra al museo della Specola a Firenze

Stampare una foto in bianco e nero è dare vita a una realtà che non esiste. Guardare gli oggetti al chiaro di luna significa ricrearli immaginando con la fantasia quello che l’occhio non può vedere.

Durante la conferenza

Ascoltare Mari Ishikawa, artista giapponese, 47 anni (che abita a Monaco da anni ormai) che parla dei suoi gioielli è restare sospesi su questa lama d’argento tra il mondo della luce e quella della penombra, del grigio appunto. Non a caso in giapponese pare ci siano 100 parole diverse per indicare le altrettante tonalità di grigio. Sono pennellate d’argento, carta di gelso, perle, nastro laccato, lacca.

Firenze Preziosa 2011

Sono sfumature che appartengono a mondi paralleli: non mondi di un pianeta diverso dal nostro, ma realtà che ci appartengono, anche se non ce ne accorgiamo e che forse scopriamo un giorno vedendoli in una fotografia che abbiamo scattato per caso.

Anelli sullo schermo e... testoline dei presenti

A questi mondi, alle luci lunari, è dedicata la mostra di Preziosa 2011 introdotta proprio dall’artista in una conferenza giovedì scorso a Firenze al Museo della Specola nella Sala degli scheletri.

La Sala degli scheletri del Museo della Specola

Mari Ishikawa lega i suoi grigi alle foreste del suo Paese (il 68% della superficie del Giappone ne è ricoperta) e per questo immagini di alberi, di ruscelli, di rami svuotate di colore e riempite di poesia intervallano – nel suo libro Parallel worlds – quelle dei gioielli. E non si sa se le fotografie siano l’ombra dei gioielli o il contrario. Ma è importante saperlo?

I gioielli di Mari Ishikawa

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Mai c’è stata quest’ora, o questa luce, o questo mio essere. Ciò che sarà domani sarà un’altra cosa e ciò che vedrò sarà visto da occhi ricomposti, pieni di una nuova visione. Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

Yin e Yang, giorno e notte, dentro e fuori

Di Barbara Paganin non ne ho conosciuta una, ma cinque. Cinque, mi piace come numero, non è esagerato, ma consistente ed è la metà di dieci, è una mano tutta intera, è una famiglia numerosa (almeno in Italia). Cinque, per la forza e la capacità creativa moltiplicata e condensata in una sola persona. Sdoppiata e ricomposta ogni volta e per cinque volte.

Fiore di luce

Il mio percorso nella conoscenza dei lavori di quest’artista (veneziana, 50 anni) è sicuramente frastagliato, irregolare. Negli anni mi capitava di vedere pubblicata una sua opera  (per esempio Fiore di luce) poi qualche tempo dopo, su un libro o su internet, trovare l’immagine di un altro suo gioiello (poteva essere per esempio la papaya rossa o la fettina di cetriolo) che mi attirava e mi inquietava. Erano opere il cui legame reciproco era sotterraneo: sempre fortemente presente, ma poco percepibile con gli occhi, molto di più per istinto.

La collana esposta a Collect 2011

E così, dopo aver conosciuto dal vivo un indimenticabile broccolo verde (a Schmuck quest’anno) e poi a Collect il collier arancio di cavolfiore romano (come, chi di Roma non è, chiama appunto il nostro broccolo romanesco) finalmente sono andata a incontrare  da vicino le opere.

Archeologie domestiche

Mi rendo conto ora mentre scrivo che mi è impossibile raccontare “in generale” di questi lavori. Semplicemente perché nell’artista il concetto di “generale” non esiste. Le sue opere sono quasi come i personaggi inventati di un romanziere, che non si conoscono tra loro.

Prospettive: da sopra...

È così che appaiono mentre li osservo e li rigiro: guardinghi e inquieti “esseri”, temporaneamente in transito nello stesso cassetto. Offesi forse un po’ di essere esaminati, tanto che ogni volta mi mostrano un’altra faccia.

... di lato

Per esempio le spille, che io chiamo archeologiche perché provenienti da pezzi di ceramica antica ritrovati dall’artista stessa e poi trasformati, sono tronconi di passato interrotto che si riavviamo a nuova vita ogni volta che li si guarda dall’alto o di lato.

Sì, è un anello

O come l’anello qui sopra: una scultura contorta e dolorosa che solo se lo si osserva a lungo e con attenzione si capisce che “è” un mucchio di piccole scarpe di bambola…

Lo studio della porcellana, la sicurezza dei buchini

C’è da dire che in una cosa Barbara Paganin è “riconoscibile”, nel senso più visibile del termine.  Non lascia mai soli i suoi “oggetti”: li fa sempre accompagnare da un’ombra benevola lanciata in avanti. Quando lei stessa si immerge a capofitto nel fare – e prima nell’imparare, tecniche come il vetro o la porcellana – rassicura il suo nuovo oggetto creato bucherellandogli attorno il suo nido di protezione.

Un'ombra lunga o uno scudo?

Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri non è sentire, è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, è essere oggi il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita perduta. (idem)

Ritratti ottocenteschi

Nel suo repertorio c’è anche una galleria di ritratti di antenati: sono tre cime di cavofiore di vetro in più sfumature di colore. A raccontarli così sembrano ironici, ma avendoli visti da vicino e toccati vi dico che sono trattati con la stessa serietà e dignità di ipotetici personaggi reali sobri ed ottocenteschi. Guardando bene, non vi sembra di “intravedere” un colletto inamidato o una languida acconciatura di treccine?

Sfumature di vetro...

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Esposto allo Schmuck di Monaco

Sempre della serie visto al Handwerksmesse di Monaco vorrei segnalare due artisti (entrambi provenienti dalla scuola di gioiello di Birmingham) che hanno attirato la mia attenzione.

Farfallina notturna

Il primo, Yi Liu è cinese e ha un modo tutto particolare di esorcizzare la morte riferendosi al gusto estetico vittoriano che aveva portato in auge l’uso dei gioielli da lutto. Il suo colore di base è dunque il nero (a volte anche il grigio) contrastato da “figurine” bianche ed enfatizzato dall’oro o dal rame ai quali ama attribuire un effetto mangiucchiato e precario.

Effetto ammonite

Trovo davvero interessante l’uso di una simbologia un po’ macabra e gotica non tanto per il soggetto ­– che non è una novità (soprattutto il teschio, pensate a Damien Hirst) ­­– ma per la sua capacità di utilizzarla a mo’ di apparizione sfuggente, impronta, eco, fantasma appena visibile. A volte addirittura reperto fossile, come il caso dello scheletro trattato come un’ammonite.

Natalie Smith

Due parole su Natalie Smith, inglese, che mi ha affascinato per l’immediatezza e l’armonia dei suoi gioielli belli da guardare.  I suoi cristalli di zucchero esprimono in modo completamente diverso il senso di precarietà (rispetto a Yi Liu): sono arcobaleni pieni di luce e di sfumature pur suscettibili di liquefazione. Non a caso Natalie ha avuto una menzione speciale della giuria nella sezione Young 2010 di Preziosa (l’evento culturale di gioiello che si svolgeva all’inizio a Lucca).

Esposta allo Schmuck

 

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Galleria alla stazione della metro

Scendendo alla fermata Universität, nei corridoi della stazione della metropolitana mi sono imbattuta – è proprio il caso di dirlo, perché, confesso, non è lì che stessi andando – in una mostra anzi due mostre riunite in un unico luogo.

 

Martin Papcun

La prima è di Martin Papcun, artista slovacco (molto molto architetto) che si focalizza sul tema della casa, dello spazio e non a caso la mostra si chiama InnerSpaces. I suoi gioielli tutti bianchi, esprimono in volume tridimensionale quella che potrebbe essere la piantina di un appartamento.

 

Argento e poliuretano

Mentre per Papcun alla base della riflessione ci sono schizzi tipo salone-bagno-cucina di un’ipotetica casa, per Sungho Cho, coreano (tra l’altro passato anche dalla scuola Alchimia di Firenze), il punto di partenza sono i cromosomi e la vita. Non è poco. Ha chiamato la sua mostra Samsara che vuol dire in sanscrito ciclo di vita, morte e rinascita.

 

Il gioiello cromosoma

E infatti niente si butta via per creare il Cromosoma per il quale oltre a rame e smalto utilizza anche la polvere di scarto della lavorazione dei gioielli. Per Reincarnazione, giustamente!, usa addirittura la polvere recuperata dal lavoro di una sua collega francese Joanne Grimonprez (della quale ho parlato ieri a proposito di coccarde).

 

Reincarnazione di Sungho Cho

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Despo Sophocleous

In realtà la mostra si chiama Ladies’ Boxes ideata dalla galleria Maurer Zilioli in trasferta da Brescia. Qualcosa avevo già accennato ieri a proposito delle “nuvolette” di Elisabeth Altenburg. Protagoniste anche in questo caso (come spesso nelle mostre di questi giorni) le donne.

Joanne Grimonprez

I gioielli sono esposti in scatole bianche dagli spigoli arrotondati appese al muro come teche o immaginari scrigni di meraviglie. Dai quali escono i gioielli di Helen Britton (del cui libro ho parlato a lungo); le spille–pianeta di Therese Hilbert; le creazioni dalle forme “caotiche” punteggiate di colore di Christiane Förster; le collane di Despo Sophocleous che sembrano un gioco di costruzioni di legno; le coccarde giganti e rivoluzionarie di Joanne Grimonprez.

 

Therese Hilbert

A pochi passi, la mostra Five of a Kind con sottotitolo esplicativo: Positions in Usable Art. Al centro di questo discorso cinque artisti che vivono il gioiello più come arte-gioiello, ma diciamo anche arte-arte, che se vuole, può manifestarsi anche come scultura, come struttura arrampicata sul muro e in più usando a scelta il legno, la carta, il corno, il corian e altri impensabili materiali…

 

Margit Hart

Mi ha colpito Wolfgang Rahs con le sue spille-slitta o quelle di carta ritagliate da gentili acquarelli. Margit Hart e Fritz Maierhofer sono austriaci come Rahs, un’inglese Kathryn Partington e Stefan Heuser di Monaco.

Wolfgang Rahs

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